Wednesday, September 16, 2009

Piccoli praticanti allo sbaraglio. Cronaca della simulazione d'esame

Puntata 2. Il ritorno a casa


Franco consegna per primo e (lungimirantissimamente!) decide di non approfittare del passaggio offertogli da Ilario e andarsene subito, a costo di riprendere il treno. Io, Ilario e Pego consegniamo quasi contemporaneamente e aspettiamo la Giovannetti… per un’ora: mentre noi eravamo fuori ignari di cosa accadesse nell’aula e anche un po’ spazientiti dall’attesa, la povera Giovannetti era alle prese con le bizze di windows vista che proprio non ne voleva sapere di salvare il suo elaborato.
Alla sua uscita (ultima a entrare e a uscire) siamo tutti super affamati. Nell’attesa avevamo già programmato il pranzo alla taverna, luogo privilegiato dei nostri pranzi universitari. La Giovannetti se ne esce con una richiesta innocente: “Ilario, mi porti a casa?”. Ilario risponde: “NO Giovannè, ma che sei matta, abiti a Guidonia! Noi c’abbiamo fame! Al massimo ti porto con noi a pranzo in zona università!”. La Giovannetti accomoda la richiesta sfoderando gli occhioni degni del gatto con gli stivali del film Shrek: “vabbè, dai, almeno lasciami a una fermata della metro, così torno a casa con quella!”. Il trattato giunge a un accordo e ci incamminiamo verso la macchina.
I volti distesi di chi si è appena tolto un peso e si dirige verso un bel pranzetto ci rendono molto più umani della mattina al nostro arrivo. Rincontriamo gli atleti: sono stanchi e sudati, presumo anche non proprio profumati di fresco pulito. Trovo la risposta alla domanda della mattina: perché non ho fatto l’atleta? Perché la penna è meno pesante del giavellotto.
Saliamo in macchina. Donne dietro uomini davanti. La cavalleria è morta. Si parte. Senza navigatore. Lo scopo del gioco è orientarsi a Roma.
Dopo due metri siamo già fermi a un semaforo e un dubbio esistenziale ci attanaglia: dritto, destra o sinistra? Ilario fa cenno all’auto accanto: “Scusi, per andare tipo a Flaminio dove vado?”. Sinistra. Ok. Misteriosamente finiamo nella corsia preferenziale degli autobus. Per la prima volta. Il percorso è obbligato dai muretti ai nostri lati e quando usciamo da quella prigione per auto non abbiamo la più pallida idea di dove siamo. Gira che ti rigira, dopo varie peripezie che ci portano a occupare altre due volte le corsie riservate agli autobus sbuchiamo misteriosamente a Flaminio. Siamo nella corsia di centro. Ilario è nel panico: mette la freccia a destra ma le macchine non lo fanno immettere. Ok, riproviamo a sinistra, da qualche parte dovrà pur accostare! Niente, situazione analoga. Trascinati dalla fiumana del traffico romano delle due di pomeriggio ci ritroviamo al muro torto. Impossibilitati dal guard rail arrugginito a fare inversione di marcia (Ilario era determinato a riprovare a fermarsi a Flaminio), andiamo dove ci porta il muro.
Tramite un percorso che non ho capito e quindi non posso spiegarvi sbuchiamo (di nuovo misteriosamente) alla Biblioteca Nazionale. Ilario, dopo aver inveito contro un automobilista che, a sua detta, “lo stava speronando”, si ferma in mezzo strada e invita la Giovannetti a scendere: “Giovannè, facciamo che Castro Pretorio va bene uguale, pigliala qua la metro”. “Sì sì, per me è pure meglio, questa è la linea B, così non devo fare il cambio!”. Presa dalla gioia d’essere riusciti finalmente a fermarci la Giovannetti apre incautamente la portiera, salvandola all’ultimo secondo prima che un autobus se la portasse via. Il ciuffo di Ilario, se possibile, si è fatto ancora più alto: “Giovanèèèè!!!!!”. La poverina ci riprova. Due volte. Poi cede al mio invito di scendere dal mio lato. La portiera posteriore sinistra sentitamente ringrazia.

Siamo rimasti in tre. Da Castro Pretorio all’università è semplice: basta andare a Termini e costeggiare Via Nazionale, ce la possiamo fare. Ce la POTREMMO fare. Se non fosse che quelle maledette corsie preferenziali degli autobus continuano a perseguitarci: siamo di nuovo in trappola.
Ad un certo punto mi sorge un dubbio: “Ilario, ma che è questa luce blu che appare e scompare?”. “Monia – mi ha risposto Ilario come fosse la cosa più normale del mondo – è l’autobus dei pompieri a cui stiamo intralciando il passaggio!”. Ovviamente niente via nazionale. La corsia preferenziale decide che dobbiamo girare. Quando riusciamo a uscirne siamo di nuovo in posto all’apparenza sconosciuto. Ilario continua a ripetere: “tutta colpa della Giovannetti” come fosse una tiritera mistica in grado di tirarci fuori dalla situazione. Io sono troppo occupata a ridere per fare qualsiasi cosa, e Pego continua a suggerire vie sbagliate: “Ilario, secondo me se giri di qui dovremmo scendere e avvicinarci al Lungo Tevere”… sentiamo il Consiglio del Pego.
Mi viene un altro dubbio: “Ilario, secondo te è normale che siamo immersi nel verde a Roma e abbiamo intorno solo autobus e macchine bianche?”. Ilario, sempre come se fosse la cosa più normale del mondo: “Monia, le macchine bianche sono taxi, e stiamo nella Ztl di Villa Borghese!”. Ormai rassegnato all’idea della gita obbligata Ilario rallenta sentenziando filosoficamente: “Almeno godiamoci il panorama! Guarda che bello quello, ma secondo voi è lo zoo o il giardino botanico?”.
Riusciamo a Flaminio: “Oh, Ilario, hai visto che alla fine ce l’abbiamo fatta a rigirarci e arrivare a Flaminio? Certo, c’abbiamo messo un po’, ma le soddisfazioni son soddisfazioni!”. Ilario: “Eh, ma mò dove andiamo? Siamo in balia della corsia preferenziale!”. Riusciamo a uscirne commettendo un’infrazione da 60 punti sulla patente e inizio io a indicare la strada. Imbocchiamo il Lungo Tevere e dopo due giri intorno a Lepanto (ebbene sì, eravamo ricaduti per l’ennesima volta nella corsia degli autobus) riusciamo ad avvicinarci a Castel Sant’Angelo. Ilario continua a dire che non capisce esattamente dove siamo adducendo come giustificazione il fatto che “il Tevere ha troppe anse e non si capisce mai se sei da un lato o dall’altro”, ma alla fine si ritrova e riusciamo a parcheggiare proprio davanti la Lumsa. Ovviamente dopo dieci manovre (presumo sia riuscito a infilare l’auto in un posto lasciato da una smart).
Scendiamo esausti. Il pranzo alla taverna sfumato: ha chiuso. Ilario va a cercare il tagliando per pagare il parcheggio. Il Pego baccaglia con un automobilista che non lo vuole vedere sul marciapiede e lo incita ad attraversare prima che il semaforo ridiventi rosso. Il mondo è un delirio.

Decidiamo d’andare in una pizzeria al taglio. Ovviamente mentre camminiamo ci prende un bel diluvio, che smette appena entriamo nel locale. Mangiamo stanchi morti. Io decido d’andare a casa a riposarmi, il Pego dice che farà lo stesso. Chiediamo a Ilario: "Ilario, tu che fai?", “Eh, mi fermo ancora un po’, ho pagato il parcheggio per 8 ore lo voglio sfruttare appieno!”.

Piccoli praticanti allo sbaraglio. Cronaca della simulazione d'esame

Puntata 1. La mattinata della prova


L’Ordine dei giornalisti, consapevole dell’ignoranza che serpeggia tra le file di praticanti che chiedono d’essere ammessi alla casta (mi viene il dubbio che leggano il mio blog…), in preparazione all’esame organizza dei corsi mirati, uno a Roma e l’altro a Fiuggi.

Oggi è iniziato il corso di Roma. Praticanti di Lumsa News partecipanti all’iniziativa: Franco, la Giovannetti, Ilario, il Pego e me medesima.

L’appuntamento per me Franco, e Pego è all’alba: ore 7.30 stazione Flaminio, destinazione Acqua Acetosa, dove si tiene il corso. In treno si parla delle possibili tracce. Ovviamente alla simulazione d’esame prevista per la giornata di oggi scopriremmo di non averne azzeccata manco una. Che abbiano tenuto le migliori per l’esame reale?

Presi dalla lettura di quotidiani che anziché colmare le lacune ci fanno sorgere altri dubbi (alcuni di tipo esistenziale) scendiamo all’Acqua Acetosa. Usciti dalla stazione davanti a noi si aprono lande desolate. Albeggia. Se non fosse per l’esame che incombe avrebbe potuto essere addirittura poetico. Dove si va? L’unica cosa che si scorge nel nulla è una fermata autobus segnalata da un piccolo cartello in cui non compaiono nemmeno i numeri degli autobus che lì si dovrebbero fermare. È la nostra oasi di salvezza: l’unico punto in cui sono raggruppate poche paia di esseri viventi. Ci avviciniamo con l’intenzione di chiedere informazioni (in fondo chiedere informazioni ad altri è esattamente il mestiere del giornalista!). Mano mano che la luce dell’alba si fa più forte e la distanza che ci divide da quelle persone più breve notiamo un dettaglio: sono tutti stranieri.

Capacità di un bravo giornalista è l’intuizione e la prima ce l’ha il Pego: “Ragazzi, torniamo alla stazione, ci sarà pure un bar a cui chiedere!”. Infondo ci sono sempre bar nelle stazioni. Ma ovviamente ci sono anche le eccezioni alle regole: la stazione Acqua Acetosa è quell’eccezione. Altra intuizione: in una stazione che ferma nel deserto, chi mai sarebbe andato al bar? Anche ammesso che l’avessero costruito in tempi lontani, la struttura è sicuramente fallita per mancanza di clienti.

La seconda intuizione spetta a Franco: “e se fossimo nel posto sbagliato?”. Al comparire del dubbio si materializza anche un signore. Il nostro profeta rende effettiva la nostra preoccupazione: abbiamo sbagliato fermata! Per fortuna che avevamo calcolato gli imprevisti: siamo ancora in tempo per prendere il treno successivo per scendere stavolta nella stazione giusta.

Dopo pochi minuti siamo a destinazione. Più o meno. Siamo a più di mezzo chilometro dalla sede del Coni dove si tiene il corso, ma l’incontro fortuito con dei metalmeccanici che ci confermano che stavolta siamo nel posto giusto ci rassicura e ci dà forza.

Arrivati al Coni un dubbio mi assale (e credo abbia assalito pure gli altri ma nessuno ha detto niente): perché non ho fatto la pallavolista, la calciatrice, la tuffatrice o qualsiasi altro mestiere inerente lo sport? Chi è lì per il corso dell’ordine si riconosce subito: i praticanti sono già stanchi dopo mezzo chilometro a piedi in cui hanno dovuto portarsi il computer portatile necessario alla prova, hanno i volti contratti dalla preoccupazione, coloriti tendenti al grigio e fisici non proprio longilinei. Al loro fianco vedono sfilare ragazzi e ragazze pimpanti, dai volti sorridenti, in comodissime tute colorate e con fisici scolpiti. Insomma, più belli. Per strada mi consolo cercando di convincermi d’essere almeno più acculturata. Nonostante riesca nell’iniziativa la prova d’esamedi lì a mezz’ora mi dimostrerà quanto ho ancora da imparare.

Comunque, per la legge matematica secondo cui il doppio errore potrebbe annullarsi, nonostante avessimo sbagliato fermata, siamo arrivati in anticipo: avevamo sbagliato anche a calcolare il margine di anticipo, cosa che ci ha offerto una ricca colazione al bar del Coni. Ilario, arrivato in macchina perché in questi giorni si sta ritrasferendo a Roma, e arrivato ancor più in anticipo di noi, aveva già scelto il posto. Io, Franco e Pego ci sistemiamo accanto a lui. L’unione fa la forza.

Ultima ad arrivare una signorina bionda dall’aria svagata che cerca spaurita un posto tra i banchi rimasti. La bellezza attira gli sguardi dei ragazzi che la guardano molto incuriositi. La guardo meglio anch’io: è la Giovanetti! Parte Ilario: “Giovannè, Giovannè, vieni qua, siediti con noi!”, parte la fila di “Ciao”, “come stai”, “quanto tempo”, “che hai fatto questa estate” ecc. ecc. che in pochi secondi trasforma il nostro angolo in un gallinaio di tutto rispetto. Gli altri (nessuno proveniente dalle scuole, presumo) ci fissano, non saprei dire se infastiditi dal nostro chiacchiericcio o leggermente gelosi della nostra situazione.

La squadra è al completo, la formazione pure: in campo il 3 + 2. Davanti il Pego, Ilario e la Giovanetti, dietro io e Franco. La squadra promette bene: i quiz sono il frutto dell’operato collettivo. Errori compresi. Il brusio prodotto da noi si ferma solo al momento della sintesi (lì ce la caviamo bene anche da soli), ma riprende a singhiozzo durante l’analisi. Ognuno ha scelto un argomento diverso ma non sembra in grado di svolgere al meglio il proprio compito senza l’aiuto degli altri per qualche dato che sfugge sempre al momento di scrivere. Così ogni piccolo dubbio di ciascuno è destinato a trasformarsi in una riunione di condominio in cui a votazione si decide, se la data del determinato evento è proprio quella, quale sia il numero di morti causato dall’influenza o se quella determinata frase suoni meglio di un’altra.

(to be continued)

Monday, September 07, 2009

Jean Valjean e Monsignor Myriel, lezione da Vistor Hugo...cartonizzato!

Non mi sono messa a vedere i cartoni animati, semplicemente non ho trovato di meglio. Cercavo questa pagina de "I miserabili" di Victor Hugo in forma scritta ma non l'ho trovata. Ho ripiegato quindi su Youtube alla ricerca del film con Gerard Depardieu, ma neanche lì ho trovato la scena... alla fine mi sono dovuta "accontentare" di questo cartone.

Cercavo appositamente questa scena per il mio amico Alberto che credo coglierà nei primi quattro minuti di questo video il senso di cosa voglio dirgli. Ovviamente il mio blog non è per messaggi personali, se ho deciso di pubblicare questo spezzone è perchè credo che sia una lezione per ciascuno di noi... ho sempre creduto che la pagina de "I Miserabili" che racconta questa breve vicenda di Jean Valjean fosse una lezione di vita per tutti, oggi mi è stata data l'occasione di riproporla. 4 minuti, solo 4 minuti per avere un bel messaggio. Ahimè, da un cartone, ma di meglio proprio non ho potuto fare. Spero vogliate apprezzare il tentativo.

Saturday, September 05, 2009

Preparazione esame di stato

Il rientro al Lumsa News quest'anno è stato meno traumatico del solito: i vari praticanti stanno rientrando a scaglioni, i primi giorni siamo stati in pochi e il lavoro non ha avuto i soliti ritmi frenetici (che si presume riprenderanno già da lunedì prossimo).

Questo ci ha dato modo e tempo di pensare all'esame di stato che incombe ma non troppo (per la cronaca: avremmo dovuto avere gli scritti a ottobre, ma per un problema burocratico siamo stati spostati alla sessione successiva....a data da destinarsi!).

Tra le idee stramapalate che ci sono venute in mente, c'è stata quella di provare a fare i test a risposta breve degli esami degli anni passati. Diciamo che in sette, ognuno dicendo la sua, siamo riusciti a risolvere quesiti quali "Quali sono i paesi che partecipano al G8" e "Quorum e Referendum".

Il quesito che ci ha fatto più discutere è stato: "Differenza tra navetta e navicella". Dopo un'oretta di accapigliamenti vari su leggi fisiche e aerospaziali che ognuno di noi andava a cercare nei meandri liceali del cervello, abbiamo deciso che la risposta data da Giulia era quella esatta: la navetta è quella che all'aereoporto porta i passegeri fino all'aereo, la navicella è quella spaziale... alle volte chiamata impropriamente navetta.

Questa era la nostra disposta definitiva, l'abbiamo accesa e abbiamo controllato la soluzione. Immaginate la soddisfazione generale nel leggere quanto segue:

"Si definisce navetta il passaggio di un progetto di legge reiterato da una Camera all'altra che può avvalersi di una procedura semplificata. Si chiama invece navicella, l'annuario del parlamento italiano".

Mai come ora verrebbe da chiedersi: riusciranno i nostri eroi a farla franca?

Saturday, August 22, 2009

Tutti mi chiedono che fine io abbia fatto...

Lavoro, lavoro, lavoro. Dall’ultimo post non ho fatto altro che lavorare. A ritmi spesso estenuanti. Il mio attuale lavoro consiste nel correre da un capo all’altro della città, essere pronta a lunghe attese sotto il sole cocente, raccogliere dichiarazioni, intervistare qualche personaggio, montare il pezzo, il tutto (ovviamente) senza vedere una lira. Sto facendo uno stage a Radio Monte Carlo.
Anche se descritta così la faccenda sembra terribile, a me piace. Ha un suo fascino correre tutto il giorno appresso al politico di turno (spesso più di uno alla volta), fargli le poste in base alla sua agenda e strappargli alla fine una dichiarazione da montare, se possibile, per il giornale delle sei. Quando ci si riesce (fortunatamente spesso) è una vera soddisfazione per me.
Certo, è stancante e certamente l’estate non è il periodo migliore per questo tipo di lavoro, ma… sto imparando molto. Ho voluto la bicicletta e adesso pedalo. Non solo, da quando faccio questo stage ho imparato ad apprezzare molto di più il giornale radio: una volta che vivi sulla tua pelle quante ore di lavoro si nascondono dietro a quei due-tre minuti, per una questione che sfiora il rispetto dei diritti umani , non li ascolti più distrattamente, ma gli dedichi tutta l’attenzione che meritano.
Politica, proteste in giro per Roma, e situazione dell’esodo estivo sono stati per ora gli argomenti che più spesso mi sono toccati in sorte. Ho letto qualche notizia al microfono e sto imparando a regolare la mia voce. Insomma, tutto bello quanto frenetico.
Tutto Luglio e metà Agosto ho lavorato tantissimo (anche 12-13 ore al giorno), adesso c’è meno da fare: sono tutti in ferie e gli eventi sono ridottissimi. Non credevo che l’avrei detto ma un po’ la cosa mi dispiace: mi piacevano le attese coi colleghi fuori da Palazzo Chigi, Monte Citorio, Palazzo Grazioli e chi più ne ha più ne metta. Si fanno un sacco di amicizie e si capisce meglio il mestiere. Nei loro racconti tanti insegnamenti. Il principale sta nel fatto che tutti si lamentano del mestiere che fanno, ma nessuno ha smesso di fare il giornalista. Io esattamente non lo so dove voglio arrivare, ma questo stage e il contatto coi colleghi m’ha aiutato a capire che fare il giornalista mi ci può portare, è un passo verso la meta.
Ultima cosa: sto leggendo molto, specie la sera. Ho iniziato per necessità: tornata dall’America ho trovato (tra le altre cose) il sistema televisivo cambiato e, per pigrizia, non ho mai trovato il tempo di comprare un decoder. Così una sera ho ripescato dalla libreria un vecchio libro e ho ripreso un’abitudine che durante l’università era diminuita a poco a poco di intensità: leggere. Non ho mai smesso, ma…vuoi mettere 12 libri l’anno contro i 6 letti solo nell’ultimo mese e mezzo? Da quel giorno vado spesso (troppo) in libreria e…il tempo di comprare il decoder ancora non lo trovo, ma quello di passare a comprare dei libri sempre.
Tutto qui. Non ho null’altro da dire per ora. Col poco tempo libero a mia disposizione ho tentato di esaudire le molteplici richieste di chi voleva un nuovo post nel mio blog e, a causa dello stesso poco tempo, ho anche esaudito chi si lamentava sempre per la lunghezza dei miei racconti.
Tutto questo in attesa che torni l’ispirazione e io possa dedicarmi a post migliori.

Wednesday, July 01, 2009

Washington Dc, puntata venticinque. Bilancio finale di un'avventura fantastica


Questo post chiude (o dovrebbe chiudere) l’avventura americana. Conterrà un bilancio fatto di sentimenti e riflessioni iniziate nel momento in cui, mentre alcune delle persone a cui sono più affezionata danzavano la chiuahua dance per salutarmi, il super shuttle mi portava via da quella che negli ultimi due mesi e mezzo è stata casa mia, fino al momento in cui ho rimesso piede a terra in Italia.

Inizialmente quando Francesco mi chiamava o mi mandava un messaggio verso le 6 del pomeriggio per sapere dove fossi rispondevo “Sto andando a Ish”. Questo è successo fino a pochi giorni fa quando mi sono sorpresa a scrivere in un messaggio che rispondeva alla solita domanda con una nuova risposta: “Sto andando a casa”. Non so quanto c’abbia messo la casa internazionale dello studente a diventare casa mia, ma lo è stata. Io quel posto lo considero casa mia. Una delle tre che ho avuto. Io di “house” nella vita ne ho cambiate sei, ma solo la metà sono state “home”.

Tornando ho scoperto che i miei vogliono vendere casa. Una delle tre “home”. Non posso lasciarli un attimo da soli che fanno danni. Anche se a dire il vero in pochi mesi ne ho trovate di cose cambiate. Qualcuno ha trovato finalmente lo stage che cercava, tre coppie storiche della mia comitiva sono scoppiate, due persone hanno lasciato la scuola di giornalismo, mio fratello ora ha i capelli lisci e Francesco è molto più bello di prima. E in tutti i cambiamenti inserirei il fatto che sono cambiata pure io.

Infatti, relativamente alla penultima questione, non posso dire d’esserne certa. Non metterei la mano sul fuoco che Francesco sia davvero più bello di prima perché i miei occhi vedono tutto più bello dopo questa esperienza. Se c’è una cosa che gli ultimi mesi mi hanno lasciato, è un nuovo punto di vista. Visto da qui il mondo è meraviglioso. E non lo dico sulla scia di un sentimento di felicità passeggera causatomi dal post-rientro: lo dico con cognizione di causa. Adesso so che anche il dolore presente in futuro potrebbe sembrarci meraviglioso.

È per questo motivo che ho iniziato a compiere ogni azione come fosse l’ultima: arrivare completamente soli in un posto dove sorprendentemente la gente ti accoglie a braccia aperte, non ti fa mai sentire l’ultimo arrivato e si prende cura di te fin dal primo momento, non è solo sorprendente, ma ti cambia la vita, e te la cambia nella misura in cui sai che quelle persone non hanno secondi fini: per loro non puoi fare nulla per ricambiare, come te sono li per un periodo più o meno lungo destinati ad andarsene, pronti a non rivedersi più. Puoi solo comportarti con altri come loro si sono comportati con te, sperando che gli altri facciano altrettanto innescando un positivo meccanismo a catena.

Se io tornassi tra un anno non troverei una sola delle persone che ho conosciuto. Ma adesso in qualsiasi parte del mondo decidessi di andare so che ho un amico su cui poter contare. In ogni angolo. Un bel guadagno.

Sembra tristissimo aver voglia di instaurare dei rapporti così profondi quando si sa che sono destinati a finire, e per di più a finire nel giro di poco. Io infatti avevo fatto il proposito di non affezionarmi a nessuno. Poi siccome il mio povero cervello viene sempre sopraffatto dall’anarchia imperante nel mio cuore, ho finito per affezionarmi a tutti. Ad alcuni anche troppo.

È stato questo il momento in cui ho imparato che non era triste investire in rapporti che si sa a priori essere destinati a finire, per la paura che potesse farmi soffrire il distacco. Primo perché so che con alcune persone uno pseudo-rapporto si può mantenere, secondo perché anche se non avessi avuto la possibilità elencata nel primo punto, avrei perso l’occasione di prendere tutto ciò (tanto, tantissimo) che le persone mi hanno dato in questi due mesi e mezzo, terzo perché non ha senso aver paura di soffrire. L’ho capito ieri sull’aereo: se si soffre è perché si è vissuto, ci si è affezionati, si ci è divertiti, si hanno condiviso cose, si è dato tanto e ricevuto molto di più. Chi non soffre probabilmente non ha mai provato la felicità… e, come diceva Voltaire, “cento anni di sofferenza valgono un minuto di felicità”. Io ieri ho avuto il mio minuto di felicità (ma questo ve lo racconto dopo sennò perdiamo il filo) e posso dire che Voltaire aveva ragione. Chi non è d’accordo non ha mai stato felice.

In questi due mesi ho sperimentato uno dei misteri della vita. Cercare di non affezionarsi alle persone equivale a non vivere: non si può non gioire degli altri per la consapevolezza che un giorno moriranno. Ci si può semplicemente augurare che quel giorno arrivi il più tardi possibile e comportarsi come se arrivasse domani: senza tenerci niente e dando tutto il possibile a chi abbiamo accanto.

So che sembra strano, ma è così. È come quando mi si è rotto l’ombrello davanti la Casa Bianca. Sono tornata a casa che gocciolavo. Non ricordo chi ci fosse al front desk ad aprirmi la porta quando sono arrivata, ma ricordo esattamente l’espressione che aveva: tratteneva a stento il sorriso. Sembravo appena uscita dalla doccia, quando in realtà in doccia ci stavo entrando. È stato lì sotto che ho realizzato quanto m’era piaciuta la sensazione dell’acqua sul viso, che ho ringraziato i cinesi per aver costruito un ombrello tanto scadente da essersi rotto alla prima folata di vento, e che ho commiserato tutti quelli che per strada camminavano sotto i loro ombrelli e mi guardavano storto senza sapere che si stavano perdendo: si stavano deliberatamente riparando da una delle sensazioni più belle del mondo.

Ecco, alle volte la gente una specie di ombrello per le emozioni. Io a Washington ho capito che bagnarsi è piacevole. E poco importa se arriva il momento fastidioso di doversi levare di dosso i vestiti umidicci che si appiccicano alla pelle…se succede è perché prima si è goduto d’ogni singola goccia che t’ha accarezzato.

Spesso facciamo le cose senza sapere che cosa ci perdiamo. Quando siamo piccoli ci insegnano a proteggerci. Dalla pioggia con l’ombrello, dalla sofferenza con… non lo so con cosa, so solo che ci insegnano a rifuggirla in ogni modo e maniera. Tutti crescono ma pochi diventano grandi: si diventa grandi nel momento in cui si esce da quello che crediamo essere una scelta e invece è solo un meccanismo incondizionato che c’è stato inculcato per quello che si credeva essere il nostro bene. Ma il nostro bene lo sappiamo solo noi e per scoprire quale sia le cose le dobbiamo provare. A cominciare dal chiudere gli ombrelli.

È vero che non sappiamo il valore di ciò che abbiamo finchè non lo perdiamo, ma è altrettanto vero che non sappiamo cosa ci è mancato prima che arrivi. Lasciamo che la pioggia ci cada addosso. È per questo che gli ombrelli li dovrebbero vietare per legge. Ish mi ha insegnato che ci vuole un minuto per incontrare qualcuno, qualche ora per piacergli, giorni per affezionarsi ma ci potrebbe volere una vita per dimenticarlo. È per questo che se anche si perdono di vista gli amici, si dovrebbe essere grati loro per tutta la vita per i ricordi che ci hanno regalato e che ci accompagneranno per sempre.

Grati per sempre perché so che anche se domani potrei non ricordarmi più il colore degli occhi di qualcuno, lo sguardo che ci siamo scambiati una sera non lo dimenticherò. Potrò scordarmi qualche nome, ma difficilmente i sorrisi e le lacrime.

E la più grande lezione me l’ha data Kungfu Panda. L’avevo già viso in Italia prima di partire ma è stato a Washington che una frase contenuta nel film visto tutti insieme nel sottoscala mi ha colpito. Non saprei dire se la cosa sia dipesa da una sfumatura differente nella traduzione o dal fatto che la seconda volta ho guardato il film col nuovo punto di vista che l’esperienza americana m’ha regalato, ma so per certo che quando ero in Italia la frase mi colpì, quando ero a Washington la capii appieno:

Yesterday is history, tomorrow is a mystery, but today is a gift, that’s why we call it “present”.

Mi piace il presente nella sua sfuggente profondità di un momento che è già passato dall’istante in cui ho iniziato a scrivere questa frase delirante.

L’ultimo insegnamento l’America me lo ha lasciato quando ero già in Italia. All’aeroporto ad aspettarmi c’era Francesco. (Questo è il momento di felicità cui accennavo prima). Non credo che ci siano abbastanza parole in una lingua per descrivere ciò che ho provato. In un istante sono spariti tutti, il silenzio era rotto solo dal rumore del suo sorriso. Un abbraccio fatto d’un attimo d’eterno, le campane nella testa e le farfalle nello stomaco…ho provato tutte le sensazioni dello scibile umano nello stesso momento. Non so esattamente quanto tempo dopo aver toccato il cielo con un dito sono riatterrata sul pianete terra, so solo che quando è successo ero imbraccio a Francesco che mi teneva senza alcuna fatica nonostante i miei 4 Kg in più, e non mi ricordavo assolutamente quando m’ero messa in quella posizione.

È stato nel suo bacio che ho capito che nella vita non ci si deve sforzare di evitare le cose che possono farci soffrire (come andare dall’altro capo del mondo lasciando tutto qui alla partenza e parte lì al ritorno) perché alla fine di tutto nessuno si ricorda quanti o quali respiri abbia fatto durante la sua vita. Tutto ciò che conta davvero sono i momenti che il fiato te lo hanno tolto.

Washington Dc, puntata ventiquattro. La riconsegna del telefono aziendale

"Io devo essere grato a Pietro Pacciani e Osama Bin Laden che hanno sfamato la mia famiglia", cosi' Marco ha riassunto in 13 parole il suo lavoro di anni all'Ansa. Casa sua e' bellissima ma (come mi ha fatto notare lui quando gli ho detto che mi piaceva tanto) e' sua solo per altri tre giorni. Siamo andati da Marco qualche giorno fa per una cena dei saluti: dopo anni negli Usa torna in Italia con la famiglia, una bellissima famiglia.

Il primo giorno di stage all'Ansa mi fecero sentire subito a casa. Mi diedero le chiavi dell'ufficio, un telefono funzionante (il mio italiano ovviamente non funziona), un buonissimo caffe' e ci fu pure la pizza "per festeggiare Marco che e' appena tornatao dalla malattia", come si giustificarono loro. Io sono arrivata con Marco e con Marco me ne vado, col doppio risultato che l'emozione dell'arrivo e quella del distacco le sto vivendo piu' intensamente d'un normale stagista (e' un conto andarsene dopo tre mesi, altro dopo 9 anni... ma festeggiare un addio dopo tre mesi con un redattore che se ne va dopo 9 anni sicuramente intensifica l'effetto!).

Cristiano, da bravo capo, quel primo giorno ci tenne subito a precisare: "Non ti ci abituare eh, da domani si lavora!". E in effetti abbiamo lavorato tanto in questi mesi ma per quanto riguarda il non abituarsi alle feste era decisamente una bugia...e pure mal raccontata. Ma Cristiano e' un bravo giornalista e i bravi giornalisti le bugie proprio non le sanno raccontare.La tradizione della pizza e' stata molto frequente: ogni scusa era buona..dai compleanni all'arrivo dei nuovi colleghi, dal festeggiare l'ecografia di Elisa al salutare Silvio Berlusconi che per due giorni che e' stato in America c'ha fatto impazzire. Ogni scusa era buona.

Parentesi Silvio: quell'uomo ha un effetto "lettino solare". Appena eletto Obama disse che "il nuovo presidente americano era abbronzato", prima di venire al primo incontro ufficiale con Barack se ne e' andato qualche giorno in Sardegna per poter poi dire (un secondo prima di salire sull'aereo): "cosi' arrivo da Obama bello abbronzato pure io" e poi, sapete che vi dico? Che in due giorni che ho dovuto fargli le poste per tutta Washington mi sono abbronzata pure io!

Finita la parentesi. In questi mesi ho imparato molto. Innanzitutto che i pezzi d'agenzia non si aprono con le virgolette. Secondo poi che i lead fantasiosi non si fanno. Terzo in questione che "l'effetto sorpresa", come lo chiamo io, non si usa nelle agenzie...le cose vanno dette tutte nelle prime tre righe, niente suspence. Ho imparato che bisogna essere pazienti, che se ti richiamano per qualcosa e' per farti fare meglio la volta dopo, che se si complimentano e' perche' la volta dopo hai fatto meglio. O forse perche' il richiamo non ha funzionato e quindi si cambia strategia e si prova con l'incoraggiamento.

La redazione dell'Ansa di Washington e' proprio un bel posto ma, come credo d'aver gia' scritto da qualche parte in questo blog, i posti non sono belli di per se', sono belli per chi ci sta, per chi ci abbiamo incontrato.Non so per quanto lo sara' ancora. Rimangono solo Luciano e Maria. Marcelo se n'e' andato (in completo silenzio) qualche giorno fa, Marco se n'e' andato oggi con me, Luca (lo stagista) se ne va tra dieci giorni, Cristiano e' in attesa di trasferimento, e Elisa prima avra' la maternita' perche' aspetta una bimba poi... poi si aspetta che trasferiscano il marito (che e' un militare) chissa' dove.

Intanto e' arrivato Marcello dall'Italia. Lui non e' semplicemnte italiano, e' proprio romano. Lo conosco da pochi giorni ma promette bene: nelle pause non si puo' desiderare collega migliore, ha sempre un aneddoto, una storia o una barzelletta da raccontarti. Non so chi saranno i suoi nuovi colleghi, ma si divertiranno un sacco. Oggi salutare tutte queste persone e' stata dura. Siccome mi dispiaceva andarmene sono rimasta il piu' a lungo possibile, cosi' non ho dovuto salutare nessuno e ho lasciato che fossero loro a salutare me, ad uno ad uno mentre uscivano in orari differenti. Era un disperato tentativo di premere la funzione "Snooze" sull'orologio della vita, come quando la mattina la sveglia suona e tu le dici "ancora cinque minuuuti".

Maria l'ho salutata ieri dopo la festa di Marco. Oggi aveva il giorno libero. Lei e' d'oro. Sul serio, fa cose che non gli competono e le fa meglio che se la pagassero per farle. Dal primo giorno non so i favori che mi ha fatto. Non si e' mai arrabbiata tutte le volte che ho distrutto il computer o che le ho chiesto consigli su cosa comprare e dove quando avevo delle cene o affini. Credo si sia occupata di me come spera che qualcuno si occupi del figlio. Lui ha la mia eta', ma e' un marines (al momento in Afghanistan) che viene sempre mandato nei posti dove c'e' piu' da sacrificarsi. Ieri Maria mi ha detto che una volta sono stati mesi senza acqua nel caldo torrido del deserto e quando e' tornato era pieno di piaghe. Ho deciso di smettere di lamentarmi per tutte le volte che l'acqua fredda dalla doccia esce bollente e quella calda ghiacciata.

La seconda a salutarmi e' stata Elisa. Lei si occupa della contabilita' per l"Ansa. Quando e' andata via mi ha lasciato pure un regalo. Una bella borsa da spiaggia. Lei si e' trasferita qui per seguire il marito...ed e' pronta in ogni momento a rispostarsi (e quando si parla di spostarsi si intende proprio un altro paese o continente!). Una volta mi disse: "speriamo non ci spostino ora..un trasloco a pochi giorni dal parto..." e io ero intervenuta: "non che con un neonato e una bimba di tre anni sia piu' facile..sai quanta roba!", e lei come nulla fosse: "no, perche' tanto la roba me la impacchettano quelli del servizio traslochi e i bambini si abituano subito, che ci vuole!". Per lei il problema era solo il non poter volare. Elisa e' la dimostrazione della potenza dell'amore che si vede nelle cose semplici: l'amore si vede in un trasloco intercontinentale con due bimbe in tenera eta'.

Poi e' stato il turno di Luciano. Luciano e' mitico. All'inizio mi correggeva i pezzi (o meglio, me li riscriveva proprio) e poi concludeva: "perfetto, ottimo lavoro, adesso va bene, sei stata proprio brava". Alla fine (quando finalemente avevo imparato a farli meglio), non toccava niente e diceva "si si, fatto benino...". Il suo modo di fare mi ha molto incoraggiato. Senza contare che mi mancheranno i suoi caffe'. All'Ansa c'e' un angolino che si chiama "Bar Lucius" dove tutti vanno a prendersi un caffe' VERO. Se non fosse per le tazzine di carta sarebbe perfetto. Luciano va li piu' volte al giorno, spesso canticchiando ad alta voce qualche verso delle canzoni di Eros Ramazzotti che recentemente ha scaricato nell'I-pod shuffle, e mentre si fa un decaffeinato "perche' senno' con tutti i caffe' che beve assumerebbe troppa caffeina" parla con Luca che non ha potuto resistere dal dirgli qualcosa sul tipo di musica che ascolta.

Poi se n'ee andato pure Marco. Ma con lui e' stato semplice: so che torna in Italia e sara' facile rivedersi. Dopo aver passato due giorni all'Ansa di New York (avendo lavorato pure li' ando' per salutare gli altri colleghi) e' tornato dicendo quanto erano buoni Ilario e Alfonso (che stanno facendo lo stage li'), "mica come te e Luca sempre a far confusione". Io e Luca non facciamo confusione ma magari di lavoro gliene abbiamo dato... ogni volta gli proponevamo cose assurde che il piu' delle volte lui ci lasciava fare (sopratutto dopo le 16 cosi' era certo che in Italia le avrebbero lette meno persone possibile) e poi si ritrovava a doverle correggere. Luca e' specializzato in cose che riguardano internet, videogiochi e fast food. Io nei casi umani: piu' le storie sono strane piu' mi piacciono. E questo basta a spiegare l'espressoine che faceva quel poveretto di Marco ogni volta che uno dei due si avvicinava con il foglio contente la proposta di una nuova (secondo noi) notizia.

L'ultimo e' stato Cristiano. In quanto caposervizio e' rimasto in ufficio anche dopo che io me ne sono andata. La sera della cena di Marco, Cristiano ha fatto un discorso bellissimo. Della serie "c'e' sempre chi sta peggio" ha detto a Marco preoccupato per il trasloco: "tu almeno sai dove ti mandano, io questo ancora non lo so. Tu sai cosa andrai a fare, io non ne ho idea. Tu sai piu' o meno dove avrai casa, io non so nemmeno questo. E sopratutto tu sai che la tua famiglia ti segue, io mica lo so se la mia verra' con me!". Lo disse tra il serio e lo scherzo e tutti l'hanno presa a ridere, ma... che coraggio tutte le persone che ho incontranto in questo ufficio.

Il suo discorso riassume tutto il coraggio di queste persone disposte sempre a partire, a muoversi, ad andare, a fare, tutto per quello che amano. Sia esso un marines o la passione per la notizia. Io non lo so quanto sappia scrivere meglio di prima e non so manco se il mio inglese sia effettivamente buono. Quello che ho imparato di certo dopo due mesi e mezzo all'Ansa di Washington e' il valore del coraggio. Il coraggio di scelte difficili e dolorose ma che ti rendono una persona migliore, una persona capace di affrontare il dolore di ogni distacco con la consapevolezza che se la sofferenza di quel momento e' direttamente proporsionale a quanto si e' stati bene fino a quel momento in quel posto e con quelle persone. Chi non soffre non si e' mai divertito. Con questa consapevolezza ho riconsegnato le chiavi dell'ufficio, quelle del bagno e il telefono aziendale. Credo che da domattina mi mancheranno anche loro.

Saturday, June 20, 2009

Washington Dc, puntata ventitre. Lovers in Dc

Ci volevano Ilario e Christina per farmi fare la turista. Alla fine Alfonso, per motivi non meglio specificati, non è venuto. Di Washington avevo visto molto, ma tutto con poca attenzione, passando davanti ai monumenti sempre diretta da un’altra parte. Dovendo fare da guida turistica alla coppia italo-americana i vari monumenti sono finalmente diventati la mia meta.

Da Capitol Hill al Lincoln Memorial, passando per il Mall, la casa Bianca, Gorge Town e tutto ciò che c’era da vedere: un weekend di camminate e chiacchierate. Davvero due giorni piacevolissimi, e non solo per il posto, ma per la compagnia…come al solito.

Ilario e Christina vivono in due continenti diversi, lei protestante lui cristiano, lei vegetariana lui…più che onnivoro direi. Nonostante ciò stanno ancora insieme e fanno di tutto per vedersi il più possibile. Ilario ha chiesto lo stage all’Ansa di New York per poter stare un po’ più vicino a Chris… in barba a chi gli ha sempre detto che la loro storia era destinata a finire solo perché al loro posto non sarebbe stato in grado di farla continuare.

La capacità di sopravvivenza d’una storia d’amore non sta nella distanza o nella vicinanza ma nella capacità di sopportazione delle persone, che poi è direttamente proporzionale a cosa uno riceve dall’altro. Ilario e Christina sopportano le differenze religiose, quelle alimentari e soprattutto la distanza perché, evidentemente, quello che si danno a vicenda pesa molto di più di tutte queste sofferenze. Io se staranno insieme per sempre non lo so, ma quello che so è che hanno tutta la mia ammirazione per il fatto di starci ancora e per il progetto di rimanerci. A dimostrazione che per stare insieme non serve nulla di più che amarsi.

Mentre ero con loro ho scattato diverse foto a coppie di innamorati che improvvisamente hanno iniziato ad attirare la mia attenzione. Credo che ci siano sempre stati, ma ieri ho notato la luce nei loro occhi, una luce che solo la vista della persona amata ti può dare. Non dovevo scattare molteplici foto per “farli venire bene”, come quando ci si mette in posa. Erano così belli l’uno nell’altro che uno scatto era più che sufficiente a immortalare la bellezza del loro sguardo.

Tornando a casa dopo aver ringraziato Christina e Ilario per avermi fatto FINALMENTE fare la turista in una delle città che amo ho guardato le foto nella macchinetta. Solo allora mi sono accorta che scattando le foto agli innamorati (Ilario e Christina compresi!) spesso i monumenti si erano messi in posa alle loro spalle per avere una foto con quella luce.

Saturday, June 13, 2009

Washington Dc, puntata ventidue. Aspettando tre buoni amici e un premier

Si prospetta un weekend lungo e faticoso. Da New York arrivano domani Alfonsino, Christina e Ilario, in orndine alfabetico. Cioe', non e' che arrivano da New York in orndine alfabetico, io li ho presentati cosi'... ma lasciamo stare. E domenica arriva da Roma Silvio Berlusconi.

Devo organizzare per il terzetto un tour della citta' da vedere in 24 ore e poi... poi, appena lasciati loro al pullman domenica, cambiare la divisa da turista con la tenuta da lavoro e raggiungere il premier italiano che arriva alle 8 all'aeroporto e seguirlo per la citta' per conto dell'Ansa fino all'arrivo in albergo...

Si si (che vorrei scrivere con l'accento ma le tastiere americane non ce l'hanno), si (questo senza accento) prospetta proprio un bel weekend, distruttivo abbastanza da potersi divertire un sacco...

Aspettando i newyorkesi do a tutti appuntamento a lunedi', se sopravvivo..visto che anche lunedi' mi manderanno a rincorrere Silvio: ne sono certa...

Anzi, vi faccio un anticipazione (che poi e' una mia previsione personale): Silvio arriva domenica sera e riparte lunedi' sera... nella nota con tutti gli appuntamenti la mattina di lunedi' c'e' un buco di 4 ore, la versione ufficiale e' che vuole prepararsi per incontrare Obama... io so che sta per combinare qualcosa... e siccome tutti i giornalisti dell'Ansa si sono spartiti le questioni ufficiali, quando Silvio fara' la mattata d'andarsi a vedere inaspettatamente qualche monumento o d'andare a prendersi un aperitivo a Georgetown (per poi far tardi, da ottimo rappresentante degli italiani, all'incontro con Obama), io ho gia' una vaga idea di chi saranno i due fortunati a dover scarpinare per tutta Washington per seguirlo con penna, carta, calamaio e macchinetta fisher price...